FED 2

La FED (come anche le Zorki), si ispira, esteticamente e meccanicamente alla Leica.

Se cercate su internet “fed leica”, troverete foto in cui le due fotocamere sono messe a confronto, mostrando l’evidenza che le sovietiche erano copie spudorate delle tedesche. In alcuni casi, mi pare di aver letto, venivano realizzate le parti incise del corpo macchine, con la scritta Leica. Estetica a parte, non so dire altro in termini di confronto.

Su internet c’è chi sostiene che siano pressoché identiche e chi dice che siano evidentemente diverse nella misura in cui la Leica è un’opera d’arte (soprattutto in termini di qualità e funzionamento), mentre la FED è un rottame. Da quanto ho letto, la vera differenza o quella che si coglie maggiormente è tra le ottiche, anch’esse cloni delle Leica, costruite con tecniche di lavorazione più precise e materiali più nobili (le lenti, ad esempio). Anche le tolleranze e gli strati di protezione o antiriflesso in dotazione sulle ottiche originali (Leica o Zeiss), erano di gran lunga superiori. Sappiate che in giro ho comunque trovato utenti entusiasti di ottiche da 80 €. Sappiate anche che a valutare l’ottica, in ultima analisi, dovrete essere principalmente voi. Se non avete centinaia di euro per un T*…beh, c’è poco da riflettere. Prendete il clone sovietico e provateci. Male che va, potrete dare la colpa alla lente.

Primi istanti

Ecco nelle mie mani, la mia FED 2. Macchina a telemetro datata, all’incirca, 1961. Arrivata tramite eBay, dall’Ukraina.

Non ho mai provato una Leica equivalente alla mia FED quindi…metto dentro un rullino (Kodak 200ASA), e comincio a sperimentare.

Primi scatti

Finisco il primo rullino (inserito dopo aver studiato il manuale), dopo pochi scatti timidi e diversi compiuti di getto (si fa per dire), e ne metto subito uno nuovo, stavolta in bianco/nero. Un Kodak TX400.

Via, si riparte con la 5D in parallelo, come già fatto per il rullo a colore. Lo scopo è capire quanto siano distanti: una fotocamera analogica del 1961 ed una digitale del 2015. Quasi 55 anni di divario tecnologico considerando che, la pellicola 135 o 35mm introdotta a cavallo del 900, ancora gira (e come se gira, aggiungerei), mentre il digitale, ha davvero pochi istanti di vita, a confronto.

Il telemetro ha qualcosa che pone il confronto fatto fino ad ora tra la 5D e la Zenit, su un altro campo. Totalmente.

Le camere a telemetro hanno tante cose differenti.

Una su tutte? Facile: la messa a fuoco.

Il telemetro è un sistema messa a fuoco basato sull’intersezione di due immagini (il soggetto della foto), sovrapposte con un gioco di specchi.

Il rangefinder, o telemetro, riprende da un lato e tramite uno specchio incernierato su un’astina, riflette l’immagine verso un’altra superficie.

Il viewfinder, o mirino, serve, principalmente, per la composizione. Al centro di esso vi è un’area (un pallino), su cui si sovrappongono l’immagine proveniente dal mirino, appunto, e quella proveniente dal telemetro. Quando si sovrappongono alla perfezione, il soggetto è a fuoco. Paura, eh?

Beh, per quelli della mia età, credo che difficilmente (IN MEDIA), ci sia stato qualcuno che abbia avuto a che fare con messa a fuoco e telemetro. Mio papà aveva una Olympus TRIP 35 con ghiera di messa a fuoco basata su “un omino; due omini; albero; montagna”. Regolavi solo quello e gli ISO (non ASA…all’epoca si chiamavano ancora ISO). Se avevi condizioni di luce ottimali, la foto scattava. Altrimenti, da sotto al mirino, saliva un “piselletto rosso” che ti informava di non avere le condizioni per scattare…e di fatto, la macchina non faceva scattare l’otturatore. Col telemetro…tutto questo non c’era. Le prime macchine fotografiche del secolo (intendo del 1900), erano così. Le foto più famose, quelle dell’agenzia Magnum, ad esempio, sono uscite da macchine a telemetro, per la maggior parte.

Con la FED (e tutte le macchine simili ad essa), questo non c’è.

Punti, focheggi, componi e scatti…ovviamente dopo aver anche caricato la foto (non con la leva ma con la rotella), e dopo aver settato i tempi (altra azione non velocissima) ed eventualmente i diaframmi, ricordando le azioni che compiamo (o, meglio, che facciamo compiere), con la nostra digitale.

Altra cosa: il mirino (o viewfinder), è “mediamente” tarato per un’ottica da 50mm.

Cosa significa? Nulla di che ma, ad esempio, significa che se compri un bel 35mm, quello che vedrai nel mirino sarà meno, rispetto a quanto ripreso dalla lente. Oppure, se compri un bel 80mm, quello che vedi nel mirino sarà molto di più di quello che, realmente, riuscirai a riportare su pellicola, usando lo zoom.

In pratica, il mirino ti consente di comporre correttamente, solo se scatti con un 50mm.

Per tutte le altre lenti, avete a disposizione l’intuito o dei mirini aggiuntivi (turret finder), grazie ai quali si possono settare focali differenti “solo per poter comporre la foto”.

Di conseguenza adesso, ipotizzando di avere su un bel 24mm, dovremmo:

Mettere a fuoco guardando nel mirino della macchina per sfruttare il telemetro e poi, guardare nel mirino ausiliario per comporre, prima di scattare. Divertente, nevvero?

Camera oscura

Finisco anche il rullino a colori e, contestualmente, ne ultimo un altro (sempre a colori), inserito nella Zenit.

Prendo i 3 rullini e vado da un nuovo laboratorio fotografico, sempre dalle mie parti. Il listino non distingue tra rullo da 24 pose, piuttosto che 36. Uniche discriminanti: dimensione delle stampe e colore o b/n.

So già, quindi, che il tutto mi costerà 44€, indipendentemente dal numero di stampe che uscirà fuori. Formato grande

L’attesa dura solo 6 giorni. Venerdì ho le mie stampe separate in 3 belle buste.

Comincio con la busta contenente le foto fatte con la Zenit.

Sono contento anche questa volta. Nessun rullino strappato e nessun’infiltrazione di luce. La Zenit si dimostra sempre all’altezza. Per lei come per tutte le altre, sogno un bel 24mm con attacco M42. Magari più in là…

Ora, tocca alla FED 2. Penso tra me e me di aver rischiato a usare e sviluppare 2 rullini, uno dietro l’altro, senza aver verificato la piena funzionalità della macchina ma, la scimmia è così. Quando parte, parte.

Il primo rullo a colori sviluppato è soddisfacente. Il limite, ovviamente, sono io. Diverse pose fuori fuoco; qualcuna con delle strisce di luce proprio al centro del fotogramma (problemi di sinc tra le due tendine?); tante venute bene. Proprio bene.

Il bianco e nero è decisamente toccante. Quando in digitale, lo ottieni da un processo di elaborazione che dal colore passa al B/N, non è la stessa cosa. “Grazie al cacio”, direte voi ma, vi rispondo, “se non c’avete provato, il passo del gambero vi stupirà”. Se siete fotografi navigati, appassionati ed esperti, il B/N sarà stampato nella vostra testa ed i file digitali probabilmente vi soddisferanno meno ma non sto parlando di questo. Se non avete mai avuto troppa confidenza col B/N, fare e stampare nativamente, dalla pellicola alla carta, vi darà una sensazione unica. Piacevole a mio avviso.

Alla prossima puntata per parlare della ZENIT TTL

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